Quando tutti la stavano cercando, quando televisioni, giornali e radio parlavano di lei, quando un’intera comunità virtuale si era mobilitata, ecco, dal primo momento in cui tutte queste cose prendevano forma, Sarah già non c’era più. Strangolata, denudata, violentata dal suo aguzzino. In quest’ordine. Nessuno parli di “raptus”, ché azioni del genere prevedono una lucidità e una perversione inaudite. La violenza dopo la morte, come un ultimo sfregio, come a dire: ecco, adesso ti posso possedere, vedi che era inutile rifiutarmi?
E’ una storia che non si esaurisce nel rapporto tra vittima e carnefice. Una storia che coinvolge due famiglie, le distrugge e le manda in pasto alla comunità. Quella di Sarah, sulla quale si sono concentrati sospetti e mezze frasi, come se la mamma avesse qualcosa da nascondere, sapesse e non volesse parlare. E quella dello zio, all’interno della quale le parole ascoltate dagli investigatori sono state la chiave per chiudere le indagini. L’intercettazione che ha segnato la svolta: “Tanto lo so che l’ha presa lui”, aveva detto una delle cugine di Sarah, riferendosi al proprio padre, le cui avances erano state sempre respinte. Fino all’ultima, il pomeriggio del 26 agosto. Fino all’ultimo scempio su Sarah ormai morta.
Ci saranno luoghi e modi adatti per andare a fondo in questa storia, certamente. Quel che rimane oggi, però, è lo sgomento e l’incredulità, perché se ne sentono tante di storie simili, ma non ci si può mai abituare. Rimane la rabbia, per quello che non è stato fatto e per quello che si vorrebbe fare ora. Rimane, per chi non l’ha conosciuta, il ricordo di Sarah nelle foto che i giornali hanno pubblicato a decine, costringendoci a fissare nella mente l’immagine di una ragazzina sorridente e felice, e non ciò che era ormai da ore, da giorni: un corpo nudo, rannicchiato su sé stesso, in fondo a un pozzo di campagna.